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L’ESORCISTA: Lo spaventoso film che ha spezzato il cinema in due

Esiste un prima e un dopo l'esorcista: il film più spaventoso di sempre.

l'esorcista: la scena limite

Prima de “L’Esorcista”, il cinema horror era roba per bambini cresciuti. Dopo, non lo è stato più per nessuno.

26 dicembre 1973. Il giorno dopo Natale. William Friedkin mette nelle sale americane un film su una bambina posseduta dal demonio, tratto da un romanzo di William Peter Blatty ispirato a una storia vera. La Warner Bros. non si aspetta granché; distribuisce il film in poco più di venti sale secondarie, quelle dove i film da Oscar non arrivano neanche per sbaglio. Quello che succede dopo è storia del cinema, della cultura popolare, della religione, della psicologia collettiva. “L’Esorcista” non è solo un film spaventoso. È un confine.

I. PRIMA DEL BUIO

Immagina di voler girare un film horror nel 1955. Vuoi sangue. Vuoi un mostro che uccide, una scena che faccia saltare il pubblico. Non puoi. Tra te e qualsiasi libertà creativa c’è il Production Code, il Codice Hays, scritto da un politico repubblicano insieme a un prete gesuita e un editore cattolico. Dal 1934 viene applicato sul serio: niente omicidi compiaciuti, niente sovrannaturale trattato come reale, niente scene che “abbassino gli standard morali”.

Per trent’anni abbondanti, l’horror americano cammina con le manette ai polsi. I mostri devono essere mostri nel senso letterale: Frankenstein, Dracula, il lupo mannaro. Cose che non esistono. L’horror demoniaco, quello della possessione, quello che attinge alle paure religiose vere? Zero. Non perché i registi non ci pensassero; c’era una regola esplicita contro qualunque “esplorazione non religiosa del soprannaturale”.

Il codice crolla nel 1968. Arriva il sistema MPAA con le classificazioni per età, e nell’arco di pochissimi anni escono “Rosemary’s Baby“, “La notte dei morti viventi“, “Non aprite quella porta“. Film impossibili cinque anni prima; film che parlano della paura vera, concreta, senza bisogno di un castello con il fossato.

Poi arriva lui.

II. IL MOMENTO ZERO

La Warner lo distribuisce il giorno dopo Natale. Dentro: una bambina di dodici anni che si masturba con un crocifisso, vomita addosso a un prete, ruota la testa di 360 gradi. Fuori: file chilometriche nel freddo di dicembre.

Il film non nasce come blockbuster. Il cast non ha nomi da grandi incassi; la produzione è andata malissimo. Friedkin, perfezionista fino all’ossessione, ha fatto girare scene al freddo per settimane; i tempi si sono triplicati, il budget pure. La Warner aveva già fatto una croce sopra. Budget iniziale: 12 milioni di dollari. Incassi corretti per inflazione: oltre un miliardo. Candidature agli Oscar: dieci.

Le persone escono dalla sala stravoltate. Non metaforicamente. Fisicamente: svenimenti, vomito nelle sale, attacchi di panico. I cinema tengono i sali a portata di mano. Il Newsweek del febbraio 1974 pubblica “The Exorcism Frenzy”; non parlava del film, parlava di un fenomeno sociale. Nelle settimane successive arrivano rapporti di persone che denunciano di sentirsi possedute.

Friedkin scrive in un memo interno: “Una delle cose migliori che potrebbe succedere è che il Papa lo condanni.” Non lo condanna. Il risultato è simile. La controversia diventa benzina per il marketing; il film si trasforma in un evento che nessuno può permettersi di ignorare.

Non esistono social media, trailer virali, YouTube. Solo il racconto di chi è uscito dalla sala con gli occhi spalancati; e la curiosità morbosa di chi vuole capire cosa c’è dentro quel buio.

III. LA RIVOLUZIONE

Prima de “L’Esorcista“, la possessione demoniaca non era un tema dell’horror moderno. I mostri erano creature inesistenti. Chiaramente finzionali.

Eppure il punto chiave è questo: un vampiro non esiste. Frankenstein non esiste. Il diavolo, per una fetta enorme di pubblico americano di devoti cattolici e protestanti, potenzialmente sì. La possessione demoniaca non è fantasia; è una categoria teologica reale. E questo, tutto questo, cambia radicalmente il gioco.

L’Esorcista” porta con sé qualcosa che l’horror non si aspettava: rigore. Serietà. Costa come un grande drama, ha attori seri; Friedkin usa consulenti teologici, gira in Iraq per l’apertura, si preoccupa che ogni dettaglio sia accurato.

Poi vince dieci candidature agli Oscar. Primo horror della storia nominato come Miglior Film. Non è un dettaglio, è una legittimazione istituzionale: i critici devono prenderlo sul serio, i produttori capiscono che l’horror può costare e rendere. Nel giro di pochi anni escono “The Omen” (1976), “Carrie” (1976), “Amityville Horror” (1979), tutti pensati come eventi cinematografici. L’horror smette di essere un ghetto.

C’è poi la questione del corpo. Linda Blair che ruota la testa, che levita, che parla con una voce non sua. Il corpo umano violato è la cosa più spaventosa che esiste; non un mostro esterno, ma il corpo di una bambina come campo di battaglia tra bene e male. Questa intuizione alimenta tutto il body horror successivo, da Cronenberg in poi.

IV. LEGGENDE E REALTÀ

In Italia circolava questa voce: se avevi visto “L’Esorcista“, il giorno dopo il tuo nonno o la tua nonna sarebbero morti. Inspiegabilmente. Per maleficio. Il 1973 deve essere stato un anno di strage inspiegabile di anziani italiani, visto quante persone erano convinte di questo nesso causale.

Sul set i metodi erano particolari. Per ottenere la reazione genuina di Ellen Burstyn in una scena, Friedkin le fece fare qualcosa che le causò un infortunio alla schiena; per il freddo nell’appartamento di Regan abbassò la temperatura fino a rendere visibile il fiato degli attori. Durante le riprese qualcuno ci ha rimesso le ossa, e non solo metaforicamente: infortuni, un incendio che distrusse parte del set, morti legate alla produzione. Non abbastanza da giustificare il mito della “maledizione”; abbastanza da alimentarlo.

Il trailer originale viene bannato perché usa effetti stroboscopici che potrebbero causare crisi epilettiche. Non un trailer normale: un’esperienza traumatica già di per sé. La Warner lo sa e ci punta sopra.

La risposta della Chiesa cattolica, contrariamente a quanto si crede, non fu apocalittica. La USCCB lo condannò pubblicamente, ma internamente diversi preti scrissero recensioni che riconoscevano nel film una rappresentazione positiva del potere della fede. Friedkin aveva collaborato con consulenti teologici; non cercava di offendere la fede, cercava di raccontarla nel modo più radicale possibile.

Roger Ebert scrisse: “Non sono sicuro di capire per quale ragione le persone andrebbero a vedere questo film.” Non era una recensione positiva, tecnicamente. Ma era la più precisa. “L’Esorcista” non vuole intrattenerti: vuole farti sentire qualcosa che non pensavi di poter sentire in un cinema.

V. ESISTE UN ESORCISTA DEL XXI SECOLO?

La risposta onesta: no. Non ancora.

Per capirlo bisogna definire cos’è “L’Esorcista“. Non sono gli effetti speciali, non la testa che gira, non il vomito verde; oggi farebbero sorridere. Il punto è un altro: ha spezzato un tabù culturale, ha attraversato una barriera che il cinema non aveva mai attraversato, ha lasciato il pubblico senza strumenti per elaborarlo.

Hereditary” (2018) di Ari Aster è stato chiamato “l’Esorcista di questa generazione” da ogni critico del pianeta. Fa paura in modi profondi, disturba a livello viscerale, rimane addosso giorni. Eppure manca di quella rottura culturale totale: l’elevated horror degli anni 2010 era già un linguaggio codificato. “Hereditary” lo porta al massimo; non sfonda un muro.

Get Out” (2017) ci va più vicino; usa il genere per dire qualcosa di nuovo su qualcosa di reale, spaventa perché parla del presente. Ma il registro è diverso, più satirico, meno viscerale.

Forse “L’Esorcista” del XXI secolo non è ancora arrivato. Quel tipo di convergenza non si pianifica: accade.

CONCLUSIONE

Non è il demonio, di per sé. Non sono gli effetti speciali. È la violazione del sicuro; è la famiglia che non ti salva, la casa che non ti protegge, il corpo che non ti appartiene più.

L’Esorcista” lo ha capito nel 1973, in un’America post-Vietnam, in piena crisi del Watergate, quando le istituzioni sembravano tutte sul punto di cedere. Ha preso quella paura e l’ha infilata dentro una bambina di dodici anni in una casa di Georgetown.

Il cinema horror, dopo, non è più tornato quello di prima.

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