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[REC]: l’appartamento di Barcellona che nel 2007 ha cambiato le regole dell’horror

REC non è solo un film, ma è un'esperienza, una stanza chiusa, una telecamera e un'idea folle che ha unito zombie con il paranormale.

locandina di REC

L’idea che non doveva funzionare

Anno 2007. Spagna. Due milioni di dollari di budget, un condominio vero di Barcellona, attori a cui non è stato consegnato lo script completo. Un cameraman che è anche direttore della fotografia. Settantotto minuti in totale. Nessun effetto speciale, nessuna colonna sonora, niente di quello che ti aspetti da un horror che vuole lasciare un segno.
Eppure lo ha lasciato. Profondo.

[•REC]“, uscito il 23 novembre 2007, è diventato un caso mediatico costruito sul passaparola; lo stesso tono allarmato con cui si raccontano gli incubi brutti. “Non hai visto REC? Non sai cosa ti perdi.”

scena del film REC 2 con zombie sulle scale

“Il nostro riferimento principale era la televisione, non altri film. Volevamo costruire una storia horror classica nel linguaggio di un programma TV.” – Balagueró e Plaza, Glasgow Film Festival 2008

Due registi gotici che fanno l’opposto di sé stessi

Jaume Balagueró e Paco Plaza vengono entrambi da un horror lento, atmosferico. “Los Sin Nombre”, “Darkness”, “Frágiles”: costruzioni mattone su mattone, paura rarefatta. Niente che assomigli a “REC“.
REC” è l’opposto esatto. Nessun respiro; settantotto minuti di adrenalina pura, una telecamera che non smette mai, urla, sangue, caos. La spiegazione più plausibile è anche la più bella: proprio perché conoscevano ogni trucco del genere, sapevano dove colpire. E ci si sono buttati a pesce. Come un musicista classico che decide di fare punk, con tutta la teoria in testa e nessuna voglia di usarla per fare ordine.

Un virus, un demonio, e la fusione che non ti aspetti

Il soggetto è semplice. Angela Vidal, giornalista televisiva, segue i pompieri per la notte con il cameraman Pablo. Intervento in un condominio; una volta dentro, le autorità sigillano l’edificio. Quarantena. Nessuno esce.


Nella prima parte “REC” è un film sugli infetti, nella tradizione dei fast zombie inaugurata da “28 Giorni Dopo”. Il protocollo è chiaro, il pericolo biologico. Poi qualcosa cambia, e cambia senza che nessuno te lo annunci. Non ci sono didascalie, non ci sono monologhi esplicativi; viene fuori nei dettagli, lentamente, come una macchia che si allarga. Due generi apparentemente incompatibili si fondono con un’organicità che, una volta vista, sembra quasi inevitabile.

zombie indemoniato in REC

Angela e la final girl che non segue il copione

Manuela Velasco, giornalista televisiva nella vita reale prima di diventare attrice, interpreta Angela con una naturalezza disarmante. Non è una final girl nel senso classico: niente forza morale edificante, niente eroismo al momento decisivo. È una professionista. Una che vuole fare il suo lavoro. Anche quando le cose si mettono malissimo, la prima reazione è documentare, capire, fare domande.
Non è costruita per sopravvivere. È qualcuno nel posto sbagliato, che perde pezzi di comprensione man mano che la situazione degenera. Come faremmo noi. Forse è questo, il dettaglio che spaventa di più.

REC” o “REC 2“: chi vince?

REC 2” (2009) parte esattamente dove si era interrotto il primo; dieci minuti dopo, letteralmente, con una squadra di operazioni speciali che entra nell’edificio. Invece di ripetere la formula, la espande. La mitologia si allarga, le regole cambiano, quello che nel primo era solo accennato diventa il fulcro centrale.
La risposta alla domanda dipende da cosa cerchi. Paura pura, claustrofobia, finzione che dimentichi di stare guardando: il primo non ha paragoni. Più strati, più complessità narrativa: il secondo ha qualcosa di più. Il punto è che funzionano meglio insieme, quasi un’unica opera in due parti. Il primo ti butta dentro; il secondo ti spiega cosa c’era.

3 ragazzi cardine in REC 2

Il filone americano e quello che Hollywood ha levigato

Screen Gems compra i diritti pochi mesi dopo l’uscita spagnola. “Quarantine” esce nell’ottobre 2008, meno di un anno dopo l’originale. Quarantuno milioni incassati con un budget di dodici: un successo, su carta. Ma è uno di quei casi in cui Hollywood prende qualcosa di originale e lo cartavetra fino a renderlo irriconoscibile; via il mistero, via la teologia, dentro la rabbia mutata e un culto apocalittico appena accennato. Il ferro da stiro dell’accessibilità ha fatto il resto.

Nel frattempo “REC” contribuisce ad alimentare un’intera stagione del found footage. Il formato esisteva già con “The Blair Witch Project”, ma “REC” dimostra che si può fare con ritmo cinematografico vero. “Cloverfield“, “Paranormal Activity”, un’ondata di imitatori: tutti, almeno in parte, nell’ombra di quello che Balagueró e Plaza avevano costruito.

impossessata intenta a infestare nuovi umani in REC

Come ha traumatizzato una generazione

C’è un test semplice per capire se un horror ha funzionato davvero: quanti anni dopo la gente ne parla ancora con quella voce. Abbassata, quasi, come se stessero condividendo qualcosa che non si dovrebbe dire ad alta voce.
REC” ha quella voce.

La scelta del found footage crea un’immedesimazione forzata che il cinema tradizionale non può replicare. Non guardi Angela che ha paura: sei con Angela. Quando la telecamera si muove frenetica nel corridoio buio è il tuo sguardo che si muove; quando la luce cala, è il tuo campo visivo che si restringe. Certi film te li scrolli di dosso uscendo dalla sala; questo ti rimane appiccicato addosso come catrame.

Javier Botet, attore spagnolo con sindrome di Marfan (corpo alto e angolare in modi che sfidano le aspettative), interpreta Tristana ed è diventato uno dei character actor più richiesti dell’horror internazionale proprio grazie a quel ruolo. Ha lavorato poi con Del Toro in “Mama”; il suo corpo è quasi un archetipo del mostro contemporaneo. I costumi di Tristana erano stati preparati in separata sede, tenuti nascosti ai protagonisti fino all’ultima ripresa. Balagueró e Plaza volevano che la reazione fosse reale.
Si vede. Si sente.

Tristana Medeiros, la "madre" di REC

“REC 5”: si farà mai?

Probabilmente no.
Nel 2017 Balagueró ha dichiarato la saga chiusa, poi ha lasciato aperta una porta: stava pensando a un capitolo in realtà virtuale. Da allora, silenzio. Plaza si è mosso su “Verónica” (2017) e “Sister Death” (2023); stesso territorio, senza zombie.
Un quinto capitolo rischierebbe di essere la mossa sbagliata. “REC 4” aveva già allentato la tensione; il found footage è un formato abusato. Per avere senso, dovrebbe reinventarsi completamente. E alcune cose funzionano meglio incomplete.


Il condominio di Barcellona esiste ancora. Continua ad avere inquilini.

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